La legge è uguale per gli altri




Per la serie “Oggi le comiche”, va in scena la retromarcia sulla legge Severino, approvata dall'intero Parlamento appena sette mesi fa per dare una ripulita alle Camere. La legge è la numero 235 del 31 dicembre 2012. Art. 1: “Chi ha riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione” decade da parlamentare se lo è già ed è incandidabile se non lo è ancora. Art.3: ”Le sentenze definitive di condanna sono immediatamente comunicate... alla Camera di appartenenza” che “delibera ai sensi dell'art. 66 della Costituzione” sui “titoli di ammissione dei suoi componenti” e sulle “cause sopraggiunte di ineleggibilità e incompatibilità”.

Ora, Berlusconi è stato condannato definitivamente a 4 anni, cioè a più di 2, dunque al Senato non rimane altra scelta che dichiararlo decaduto, accompagnarlo alla porta e intimargli di non ripresentarsi prima di sei anni. Il tutto, indipendentemente dalla durata dell'interdizione dai pubblici uffici che la Cassazione ha chiesto alla Corte d'appello di Milano di ricalcolare, da un minimo di un anno a un massimo di tre. Ma naturalmente al Pdl non va bene neppure una legge da esso stesso approvata meno d'un anno fa. Alcuni buontemponi hanno cominciato a dire che la condanna a 4 anni è coperta per 3 dall'indulto: 4 meno 3 fa uno, ergo Berlusconi è sotto il tetto di 2 e non deve decadere. Cretinata abissale: se la legge consentisse di detrarre dalle condanne il bonus dell'indulto, l'avrebbe previsto esplicitamente, dichiarando decaduti e incandidabili i titolari di pene effettive superiori ai 2 anni: invece parla di “condanne”.

Fallito il primo tentativo, ecco subito il secondo. Che, quando lo azzardò Carlo Giovanardi, noto giurista per caso, suscitò l'ilarità generale. Poi però lo seguirono a ruota Francesco Nitto Palma, addirittura magistrato e financo presidente della commissione Giustizia, più il costituzionalista di destra Paolo Armaroli e quello di sinistra Giovanni Guzzetta. La loro tesi è avvincente: la legge Severino si applica solo alle condanne relative a reati commessi dopo che è stata approvata. Se invece si applicasse anche a chi il reato l'ha commesso prima del 31 dicembre 2012, sarebbe incostituzionale. Motivo: nel processo penale prevale sempre la norma più favorevole al reo ed è vietato cambiare le regole del gioco a partita iniziata, se non per trattarlo meglio. Il che è vero, ma appunto nel processo penale. Qui il processo è finito, l'imputato è un pregiudicato e il Parlamento è liberissimo di vietargli l'accesso per legge. Del resto, se fossero esistiti profili di incostituzionalità della norma, i 945 parlamentari che l'anno scorso l'approvarono alla Camera e al Senato se ne sarebbero accorti e li avrebbero sollevati al momento di votare la pregiudiziale di costituzionalità nell'apposita commissione. Invece nessuno disse nulla. Del resto - specificò l'autrice, l'allora Guardasigilli Paola Severino - la legge estendeva a Camera e Senato una regola già vigente dal 1999 nei consigli comunali, provinciali e regionali, dove i condannati a più di due anni non possono mettere piede. E nessuno ha mai eccepito nulla sulla legittimità di un principio che, se vale per gli enti locali e territoriali, deve valere a maggior ragione per il Parlamento nazionale.

Ma c'è di più. Alle ultime elezioni, proprio in base alla nuova legge Severino, Berlusconi escluse dalle liste Pdl i pregiudicati del suo cerchio magico: Marcello Dell'Utri, Aldo Brancher, Salvatore Sciascia e Massimo Maria Berruti. “Non sono io che li ho esclusi – si giustificò, temendo di passare per onesto –, sono i giudici che li hanno condannati”. Dell'Utri per false fatture risalenti ai primi anni 90 (oltrechè, in appello, per mafia fino al 1993). Brancher per i soldi che gli girò Fiorani nel 2005. Sciascia per tangenti pagate tra il 1989 e il '94. Berruti per un favoreggiamento del '94.

Evidentemente lo sapeva anche il Cavaliere che la Severino si applicava a tutti i reati, pre o post 2012. Poi han condannato lui e ha scoperto all'improvviso che vale solo per i post. Non gli resta che spiegarlo a Dell'Utri, Brancher, Sciascia, Berruti e sperare che la prendano con filosofia.
M.Travaglio
Carta Canta - l'Espresso, 9 agosto 2013

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